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Ma dove sono finiti i pazienti cronici? Le riflessioni del vicesegretario SIMG

Giovedi 21 Maggio 2020 di Laura Gatti e Massimo Zaninelli
Secondo una recente ricerca di Medipragma, tra novembre 2019 e marzo 2020 la media quotidiana di visite ambulatoriali è calata tra il 50 e il 60%. Ciò ha aumentato il rischio di degrado nella qualità di cura dei pazienti cronici, particolarmente bisognosi di follow up, verifica dell'aderenza e aggiustamenti della terapia. ne abbiamo parlato con Ovidio Brignoli, vicepresidente SIMG.

Una delle conseguenze non ovvie dell’epidemia da COVID-19 è lo svuotamento degli ambulatori di medicina generale e, in ampia misura, anche quelli specialistici. Il timore del contagio ha drasticamente diminuito gli accessi ai servizi diagnostici e alle strutture ospedaliere.

Secondo una recente ricerca di Medipragma, tra novembre 2019 e marzo 2020 la media quotidiana di visite ambulatoriali è calata tra il 50 e il 60%. Ciò ha aumentato il rischio di degrado nella qualità di cura dei pazienti cronici, particolarmente bisognosi di follow up, verifica dell’aderenza e aggiustamenti della terapia.

Il timore di recarsi nelle strutture assistenziali ha fatto aumentare, per esempio, gli episodi cardiovascolari seri, come sottolinea Ovidio Brignoli, vicepresidente SIMMG, “Abbiamo meno pazienti in studio e, in generale, vediamo effettuare meno esami. C’è un aumento dei pazienti con patologie cardiovascolari: alcuni cardiologi affermano che sono il triplo rispetto a prima della pandemia; ma anche se fossero solo il doppio, sarebbe già gravissimo”.

Ma ci sono altri pazienti cronici che in questo periodo rischiano un aggravamento delle loro condizioni, ricorda Brignoli: “Per quanto riguarda le patologie respiratorie, la pandemia ha indotto un uso massiccio di antibiotici, broncodilatatori e cortisone. Questi farmaci hanno in qualche modo fatto da copertura alle maggiori patologie respiratorie croniche e la previsione è che il ritorno alla gestione più o meno ordinaria di questi pazienti sarà estremamente complesso”.

COVID-19 ha anche riacceso il dibattito sull’importanza della medicina territoriale. Oggi i medici di medicina generale continuano a seguire i pazienti più fragili potenziando gli interventi da remoto. I teleconsulti occupano gran parte delle loro giornate (il 52% del tempo, sempre secondo la già citata indagine Medipragma) e i pochi progetti-pilota di telemedicina riguardano principalmente la specialistica.

Improrogabile dunque una riflessione sulla ‘nuova normalità’ che attende questi medici. “Naturalmente abbiamo cominciato a pensare a possibili soluzioni: una di queste prevede che le visite si svolgano solo su appuntamento. Ciò è destinato a provocare rilevanti problemi gestionali” sottolinea Brignoli. “D’ora in avanti, le visite dovranno essere prolungate in media da 15 a 20 minuti, dato che chiunque si presenti in ambulatorio va visto come un potenziale paziente COVID. Ciò implica di fare un triage preliminare, di misurare la temperatura e, al termine della visita ordinaria, di organizzare l’appuntamento successivo”.

La revisione dei processi e l’aggiornamento delle tecnologie appaiono sempre più urgenti: per molti pazienti cronici ritornare in ambulatorio a distanza di poche settimane per la trascrizione della terapia potrebbe presentare aspetti problematici:

“Pensiamo al caso di un paziente diabetico trattato con tre dosi di metformina al giorno. Conti alla mano, la prescrizione di tre scatole da 50 dosi ciascuna non copre un trimestre di trattamento. Sarà quindi necessario adottare uno strumento diverso per garantire la copertura terapeutica”. La ricetta dematerializzata, che in questo periodo ha subito una semplificazione e una accelerazione prima impensabili, è diventata finalmente una realtà in tutta Italia e sembra destinata a consolidarsi nella prassi.
Oltre a promuovere la semplificazione, la resilienza al virus ha stimolato una riflessione più ampia circa l’opportunità di arricchire gli attuali PDTA delle maggiori patologie croniche con una serie di indicazioni sulla gestione del paziente durante la pandemia.

“Credo – ha commentato Brignoli – che l’utilizzo del tele-monitoraggio e della tele-assistenza possano aiutare il medico a verificare nel tempo l’appropriatezza terapeutica senza esporre il paziente a rischi di contagio non necessari. Se si pensa al paziente che più di frequente si reca in ambulatorio - il diabetico - appare chiaro che la maggior parte delle operazioni richieste da una normale visita di monitoraggio possano essere svolte da remoto. In tal modo, sarà possibile seguire i pazienti con la necessaria frequenza, limitando le visite ambulatoriali ai soli casi in cui il contatto fisico (e.g. palpazione del torace e dell’addome, auscultazione del cuore) è strettamente indispensabile.

Le piattaforme di teleconsulto, più efficaci della semplice telefonata, consentono di tracciare le ricette, archiviare la documentazione e pianificare i follow-up. Anche gli strumenti di diagnosi e monitoraggio da remoto mostrano risultati incoraggianti.
Per consolidare queste esperienze occorre dare corso ad alcune revisioni di tipo regolatorio, ad esempio chiarendo lo status del teleconsulto, anche dal punto di vista della responsabilità professionale. Il tema è complesso e richiede investimenti che abilitino un profondo rinnovamento tecnologico ed organizzativo. Ma l’accelerazione del cambiamento imposta dalla pandemia può essere il catalizzatore che aiuterà il sistema sanitario a superare le rigidità tradizionali, rendendolo infine capace di adattarsi al nuovo scenario, non solo epidemiologico, in cui ci troviamo a operare.


Fonte: pharmastar.it
URL: https://www.pharmastar.it/news/altre-news/ma-dove-sono-finiti-i-pazienti-cronici-le-riflessioni-del-vicesegretario-simg-32349